Marrai a Fura, sviluppo sostenibile e progettazione partecipata

Elena Rapisardi ci racconta il progetto Open Foreste e la sua idea di “cittadini come sensori nel web 2.0”

elena_rapisardiLa sperimentazione di Open Foreste (leggi il nostro articolo a riguardo) insieme a tante altre realtà riguardanti le emergenze e la gestione del rischio, è una delle esperienze che si servono del web 2.0 per realizzare nuove modalità di intervento sull’ambiente. Un nuovo filone che mira alla creazione di una comunità diffusa di “interventori” che si occupano e operano sul territorio, anche a distanza, con un obiettivo comune: la salvaguardia e la prevenzione.

Elena Rapisardi l’ideatrice – insieme a Giovanni Lotto – di Open Foreste, “prima sperimentazione sul territorio italiano dell’utilizzo di soluzioni web 2.0\crowdsourcing in ambito di gestione del rischio”, lavora da anni sul web e sta portando avanti da tempo l’idea di una protezione civile 2.0 che possa coniugare al meglio il lavoro sul campo con la progettazione, anche su web, di nuove e innovative modalità d’intervento.

Nell’intervista che segue ci ha raccontato la sua esperienza riguardo Open Foreste e le sue idee per il futuro sul tema.

Come è nata l’idea di Open Foreste? E quale era l’idea alla base del progetto e come si è sviluppata?

L’idea di Open Foreste è nata sulla base della mia esperienza nel campo nella protezione civile e dell’emergenza.
La mia storia professionale è segnata da molte esperienze nel campo della comunicazione, che ho riversato in progetti web di comunicazione e informazione in area protezione civile: prima per il Formez, con il progetto Sindaci, e poi realizzando alcuni anni fa il sito dell’Istituto di Ispro di Giuseppe Zamberletti, il padre della Protezione Civile, già in un’ottica web 2.0.
Nel 2009 ho partecipato come speaker al Web 2.0 Expo New York, dove ho illustrato la mia idea di protezione civile 2.0, raccontando delle mie esperienze nel web e in particolare una piccola sperimentazione fatta nel corso dell’emergenza Abruzzo, che ha utilizzato alcuni strumenti come google docs, goolge maps, google calendario per migliorare lo scambio di informazioni e dati tra un centro operativo e le squadre sul campo.
L’idea di Open Foreste è emersa proprio a New York dove ho avuto modo di conoscere Ushahidi, ormai una delle piattaforme più conosciute per il crowdsourcing. Pensai che visualizzare su una mappa un set di informazioni utili all’anticendio boschivo e dare la possibilità a chi sta sul campo di inviare segnalazioni sarebbe stato utilissimo.
Da lì nacque il progetto: realizzare una demo, per mostrare che fosse possibile gestire in modo nuovo le informazioni utili e in un’ottica di collaborazione e condivisione, grazie agli strumenti del web 2.0, non ovviamente in sostituzione, ma come supporto a soluzioni già utilizzate.
Per realizzare questa idea avevo bisogno di due cose: una piattaforma e dati da inserire. Per la piattaforma ushahidi faceva al caso li contattai per aver un supporto per l’installazione della piattaforma, anche perché non avendo competenze tecniche fini avevo bisogno di un supporto. Per i dati mi misi in contatto con un gruppo Facebook aperto e gestito da Giovanni Lotto, un operaio forestale della Sardegna, che comprese l’idea e mise a disposizione la sua conoscenza e esperienza cominciando a pubblicare dati georeferenziati.
Con questo piccolissimo progetto mi presentai ad Antonio Campus del Centro Intercomunale Colline M.me e Bassa Val di Cecina – vicino Pisa (dove abito).
Cominciammo a discutere del web 2.0 a valutare possibilità di applicazione per le attività del Centro Intercomunale e così, dopo aver provato alcune soluzioni nel corso di un’esercitazione , siamo partiti con un progetto che comprendeva la pubblicazione su mappa e in pdf le carte del rischio del Piano Intercomunale di Protezione Civile, una mappa per le segnalazioni, un blog per comunicare con la popolazione e una serie di strumenti google (come google doc, google latitude, google map e igoogle) per condividere alcune informazioni in tempo reale. Il mio lavoro è stato quello di portare qualche nuova idea e trovare persone aperte e sensibili per passare dal prototipo alla pratica. Un cambiamento non è mai semplice, bisogna anche imparare cose nuove e infatti abbiamo anche previsto delle giornate di formazione con i volontari. Alcuni di questi hanno preso lo spunto e si sono industriati a provare delle soluzioni e trasferire la loro conoscenza e esperienza pratica dell’utilizzo del mobile nelle attività di protezione civile. Un circolo virtuoso che ha propagato un’idea nuova su come le informazioni di protezione civile possono essere gestite.
L’aspetto nuovo di tutto questo non è limitato all’utilizzo dei social network, di cui si è tanto parlato in questi ultimi giorni, ma nella possibilità di condividere informazioni a distanza e in tempo reale e dellea possibilità di coinvolgere i cittadini facendo usare ciò che sanno già fare. In altre parole è l’utilità di vedere ciò che vedono le persone sul campo, la tele-visione, e laddove c’è connettività questo è possibile, perché esistono disponibili sul mercato molti strumenti e programmi liberi e gratuiti per fare videochiamate, per mandare una foto appena scattata, per fare e mandare in rete un video. Lo abbiamo visto purtroppo nel corso delle ultime alluvioni che hanno colpito il nostro paese, gli stessi telegiornali hanno mandato in onda i video dei cittadini colpiti. Questo fa parte della post-gutenberg revolution dove la disponibilità dei mezzi di produzione sta sovvertendo gli assetti di chi produce informazione e di chi la veicola. In questo particolare campo la possibilità di contribuire alla conoscenza ossia essere un cittadino attivo e proattivo è qualcosa di completamente nuovo e importante per intraprendere una strada che porti ad attivare la popolazione, a coinvolgerla per fare in modo che i cittadini siano i primi sensori. I modi sono ancora tanti e forse dovremmo cominiciare a testarli, come stanno già facendo in alcuni casi, e a trovare delle linee guida per la validazione e la verifica delle informazioni provenienti dal “campo”.
E allora al di là della tecnologia che sicuramente sta cambaindo la nostra quotidianità, bisogna attrezzarsi per un cambiamento più profondo perché è un cambiamento culturale quello al quale siamo chiamati. Un cambiamento culturale forte, difficile e vantaggioso per certi aspetti: da un lato il web e il mobile consentono di agevolare ed avere un’informazione dal campo in tempo reale, dall’altro lato posso incentivare questo processo invitando la popolazione e dire “diventate anche voi dei sensori per il monitoraggio”.

Quando ha visto la luce la demo e chi ha partecipato al progetto?


Open Foreste
è nato nel 2009. Un progetto unico nel suo genere ed il primo progetto europeo sui rischi, il primo fatto con Ushahidi e soprattutto ideato con questo intento. In questi due anni la tecnologia è andata avanti creando nuovi possibili sviluppi.
Il progetto che abbiamo creato, punta sul fatto che se hai tante persone che possono intervenire su un determinato problema, devi riuscire a creare collaborazionetra queste persone. Con uno strumento del genere, c’è anche la possibilità di condividere a distanza delle informazioni e attivare un approccio collaborativo, come risultato si avrà una maggiore operatività.
Per la realizzazione del progetto, oltre al lavoro di Giovanni Lotto e mio, è stata indispensabile la collaborazione del team di Ushahidi, Brian Herbert e Kenedy Kasina, e di Alberto Caddeo. Il successo realmente inaspettato, su stampa e web, ci ha dato ragione e ci ha dimostrato le potenzialità dell’idea, e per così dire ci ha fatto sentire, degli innovatori!

Quindi in web 2.0 si sta dimostrando un perfetto compagno di viaggio nel campo delle emergenze e della prevenzione…


Secondo me l’insegnamento più importante del Web 2.0, è quello di pensare in termini di conoscenza condivisa, pensiamo a Wikipedia che ormai ha un livello di accuratezza pari a quello dell’enciclopedia Britannica.
E secondo me in emergenza la conoscenza “condivisa e collaborativa” del territorio è un elemento fondamentale, perchè io, in qualità cittadino, possa operare delle scelte in caso di emergenza. Penso anche che essere coinvolti come cittadini mettendo a disposizione la propria conoscenza del territorio sia un modo per aumentare la consapevolezza sui rischi, sui comportamenti di autoprotezione. Non credo che basti qualche opuscolo o qualche servizio giornalistico quando c’è qualche emergenza per migliorare la conoscenza di una materia complessa come la protezione civile. Essere cittadini proattivi è anche il primo passo per essere resilienti, ossia la capacità di reagire in modo proattivo e efficace nelle avversità.
A questo proposito ricordo la campagna UN Make your City Resilient (una campagna che rientra nella Strategia Internazionale per la Riduzione dei Disastri di cui fanno parte 168 paesi) che si basa sul concetto di resilienza. Nel suo piccolo anche Open Foreste era pensato per migliorare la resilienza. E il web in tutto questo è uno strumento grandioso perché offre la possibilità di far circolare e propagare le informazioni, di ricevere e inviare informazioni, da un sito o con un telefono cellulare. In più il web, se usato bene, può mettere a disposizione informazioni puntuali e scientifiche georeferenziate in modo semplice, chiaro. Il Web è un qualcosa di estremamente vivo, e sta sempre più diventando “geografico” e crowd. La parola chiave è oggi: crowdmapping.

Nel futuro più prossimo c’è l’idea di portare avanti la discussione sull’emergenza e sulla salvaguardia del territorio, creando una rete collaborativa tra tutti gli attori interessati. In questo senso sono fondamentali iniziative come la vostra, o come il Crisis Camp Italy (un incontro tra le realtà che si occupano di emergenza per ideare nuove strategie d’intervento sul campo) che si è svolto a Bologna il 19 Novembre: tutte iniziative che devono parlarsi e comunicare tra loro.
Per fare ciò è però necessaria anche una certa tracciabilità, sul web ad esempio, perché la rete non sia solo “per pochi” ma sia un luogo aperto per chiedere, informarsi e così si dà vita ad una rete concreta e reale di persone che parlando, condividendo e collaborando condividono idee, soluzioni e risorse utili per tutti. E’ l’approccio delle best practices, dove l’esperienza di ognuno diventa patrimonio comune migliorando e accelerando la realizzazione di progetti ed evitando la duplicazione di sforzi con relativo dispendio di risorse.

Una preoccupazione nell’utilizzo del web e dei social network nel campo dell’emergenza e della prevenzione dei rischi è che le informazioni immesse in rete siano valide e affidabili. Come è possibile affrontare e risolvere questo problema?

Già nel 2007 Goodchild parlava di cittadini come sensori nel web 2.0 dove i dati geografici sono il risultato di un lavoro collettivo e escono dalle stanze degli esperti, della comunità scientifica e dei militari.
Ma il concetto del cittadino come sensore oltre al coinvolgimento delle persone, implica un’attenta verifica dell’informazione pubblicata.
Innanzitutto non dobbiamo dimenticare che esiste un meccanismo di autoregolamentazione, pensiamo alla verifica dei contenuti di wikipedia, che può essere un primo elemento di controllo sulla validità delle informazioni.
Un altro punto importante è il ruolo che ho come cittadino nel propagare l’informazione ufficiale e validata. Questo però comporta un cambiamento nelle modalità di comunicazione anche delle istituzioni: entrare nella rete e partecipare, definendo la propria web reputation e il proprio web positioning.
Ma affinché un cittadino sia un sensore affidabile e proattivo devo in qualche modo pensare a “formare” il cittadino, a dare degli elementi di conoscenza scientifica che migliorino e rendano più precisa la sua capacità di osservazione.
Su questo tema, un progetto sul quale stiamo lavorando a Torino, al Dipartimento di Scienze della Terra, che ha come obiettivo avvicinare i cittadini alla scienza e la scienza ai cittadini. Il grande tema della Science for Citizens, al quale aggiungerei l’idea di Citizens for Sciences. Un esempio: se so come misurare la quantità di pioggia in modo empirico e anche con gradi di approssimazione, l’informazione non sarà “piove molto” che servirebbe a poco, ma sarà “sono caduti x mm di pioggia in questo arco di tempo e in questo luogo”. C’è un progetto inglese, rainlog.org, che fa proprio questo. E il progetto che vorremmo portare avanti si ispira a quest’idea.

Qual è il futuro di Open Foreste e ci sono nuovi progetti in vista?

La sperimentazione di Open Foreste ora è conclusa. Spero di riuscire a portare avanti l’idea che lo ha ispirato e che sia un naturale sviluppo di questo piccolo progetto al quale sono molto legata.

Open Foreste e le scuole. Esiste nel proseguo del progetto, l’idea di collaborazioni con scuole e studenti come percorso di educazione ambientale?

Tutto quello che abbiamo voluto fare con Open Foreste e che vogliamo fare nei progetti futuri, parte da un discorso di educazione, in questo caso ambientale. Open Foreste è stato un inizio, ora con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Torino inizierò il progetto a cui accennavo prima e che sarà sviluppato nel corso del mio dottorato di ricerca. L’idea di realizzare iniziative di educazione e formazione in modi diversi e nuovi sarà sicuramente inclusa.
L’emergenza o la prevenzione dei rischi è argomento delicato e complesso, ma penso che il web stia da un lato dando uno spunto di riflessione in più e dall’altro il web partecipativo generando nuovi scenari e possibilità. La sfida è iniziare a “fare” e a collaborare.

elena_rapisardiLink:
www.elenarapisardi.com
Open Foreste. La Partecipazione (e il web 2.0) per salvaguardare le foreste italiane!

elenarapisardi-fb

open-forestePubblicazione: 11/12/2011 – Ultimo aggiornamento: 11/12/2011

Copia pure: sei libero di ri-utilizzare questo articolo, ma ricorda di inserire il link
Marrai a Fura – sostenibilità e partecipazione” (maggiori info qui).

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